25/06/2018 - Interviews

Andrea Mi

by Think'd

Leccese di base a Firenze, DJ, boss del radioshow Mixology, giornalista per Controradio e Soundwall, docente IED e Laba, collaboratore per il brand Vìen e la label OOH-sounds, Andrea Mi è stata una scelta super spontanea per le nostre interviste, avendo ricoperto nella storia della bass music italiana un ruolo fondamentale e chiedergli di mixarci un po’ di nuove release era quasi automatico (la tracklist è molto succosa). A poche domande ha risposto sviscerando molti argomenti, riflettendo sulla mentalità italiana delle "bassheads" e l'hardcore continuum che diventa "bass"; cita inevitabilmente Mixology e le sue origini, i suoi amici Nomine e Daddy G., fino al suo claim di battaglia da anni: "from dub to club". Umiltà e qualità: Andrea Mi in the mix!

Come vedi l'evoluzione della bass music in Italia negli ultimi 10 anni?
Difficile dare una risposta univoca a questa domanda. Di base è difficile circoscrivere i confini del genere, ammesso di poter parlare di un vero e proprio genere musicale. Se poi consideriamo che in questo lasso di tempo sono successe davvero tantissime cose, la complessità aumenta. Me la caverei dicendo che la scena della bass music nostrana ha fatto da generoso serbatoio a tante ottime produzioni, che siamo anche riusciti ad esportare molto bene negli epigoni migliori. I rivoli nei quali la scena si è diffusa vanno dalle declinazioni world alle decostruzioni ritmiche di stampo quasi jazzistico, dalle accelerazioni progressive più estreme alle battute lente dei ritorni in loop alla matrice dub/reggae. Nella ricchezza della proposta e anche grazie ai percorsi coerenti di molti artisti sono emerse realtà importanti, crew e label con la capacità di imporsi anche sui mercati esteri. Clap! Clap! e Dj Khalab hanno un solido background bass ma ormai sono ambasciatori del mondo accasati da Black Acre, Warp, On The Corner. Tutto il giro di Numa Crew è approdato su grosse etichette internazionali come Nice Up, Nervous Horizon è riuscita a imporre i nostri talenti nel ventre della balena, a Londra, e non di meno stanno facendo i compari di Beat Machine. Alcuni dei progetti cresciuti in casa Elastica hanno preferito declinazioni sperimentali, come nel caso della OOH-Sounds. Populous, Ckrono e BITW hanno preso benissimo l’onda tropicalista di matrice lusitana… e la lista potrebbe continuare a lungo.

Per citarla alla Nomine, si può parlare di education & bass in Italia? C'è secondo te un pubblico “targetizzato” e appassionato a certe sonorità o è ancora presto?
Il mio amico Nomine è un grande. Ammiro molto la sua costanza, la forza che emerge dalla sua passione e l’attitudine necessaria nel condividere la propria esperienza con una comunità (lui la chiama tribù, scegliendo un termine molto sensato dal punto di vista antropologico). Se ci pensiamo questo è, da sempre, uno dei valori principali che emergono nella frequentazione di determinate scene musicali, soprattutto quelle che nascono dal basso. Ma è un valore difficile da perseguire e, soprattutto, richiede un grande senso di responsabilità, tanto lavoro e una visione altruistica. Credo che in Italia ci sia un pubblico appassionato alle sonorità che hanno nelle linee di basso il proprio cuore pulsante. Ma credo anche che sia un pubblico molto disperso, con scarsa propensione all’inclusività: chi ama il dub suonato sui sound system spesso considera privi di spessore altri ambiti musicali attigui; chi ascolta drum and bass considera noiosi i pezzi costruiti attorno alla battuta lenta; chi coltiva passione per il dubstep frequentemente fatica a riconoscere nella jungle una fonte preziosa. Credo che sia necessario coltivare e diffondere la conoscenza di ciò che possiamo chiamare ‘bass continuum’: una linea di discendenza chiara, che parte dalla matrice giamaicana del dub e del reggae, passa dalla rielaborazione interculturale delle periferie inglesi e approda al suono bassoso declinato, oggi, a livello globale. Approfondire il senso storico di questa eredità è fondamentale per comprendere appieno tanti ambiti sonori differenti. E va assolutamente intrecciato con un’altra storia imprescindibile, quella della sound system culture.

Vuoi spiegare in poche parole cos'è Mixology per chi non dovesse conoscerla?
Mixology è nato come un formato radiofonico nel 2003. Il titolo giocava con il mio codice fiscale (di cognome faccio Mi e quindi comincia per MIXNR...) e lasciava intuire che a interessarmi era l’arte del mix. L’idea era di trasmettere, ogni venerdì sera sulle frequenze di Controradio e Popolare Network, un set esclusivo commissionato a DJ, produttori e musicisti che trovo interessanti. Il mix qui è inteso come un vero e proprio oggetto culturale, capace di racchiudere, in un’unica cornice di senso, frammenti sonori che arrivano da contesti differenti. Capace di proporci un vero e proprio viaggio musicale, il senso principale del quale è la scoperta di ciò che ancora non conosciamo. L’esatto contrario del modo in cui, oggi, spesso funzionano le playlist. L’algoritmo che te le costruisce tende a farti rimanere nel seminato: se hai ascoltato molto hip hop tende a riproporti quello. I DJ che scegliamo colorano sempre fuori dai bordi, ti sorprendono con un accostamento inatteso che può rivelarti molte più cose. La trasmissione ha cominciato ad avere una certa eco nazionale, anche perché nessuno ancora si occupava in maniera così puntuale di mixtape, e alcuni festival hanno cominciato a chiedermi di curare specifici programmi dedicati alla scoperta di nuovi talenti italiani (una delle cose nelle quali il progetto riusciva meglio). Con un intento simile ho cominciato a chiedere a una serie di produttori emergenti delle tracce esclusive di modo da pubblicare, periodicamente, delle compilation in free download. Pochi anni dopo l’inizio della trasmissione ho scelto Mixcloud (nata in quel frangente) come piattaforma per promuovere i podcast della trasmissione. Attraverso questo canale, al momento, raggiungiamo 26.000 followers in 86 paesi del mondo. Un traguardo mica da poco considerando che faccio tutto da solo e senza un centesimo. La visibilità acquisita con tanto lavoro (ogni settimana carico un nuovo mix, traduco una biografia, inserisco i relativi link, realizzo la cover, controllo le statistiche ecc.) mi ha permesso di poter chiedere set esclusivi anche a grandi artisti della scena internazionale.

Perché "from dub to club" e quali sono secondo te le differenze tra dub e club?
La ragione dell’ellisse "from dub to club" risulta ovvia se la vediamo sotto la luce del ‘bass continuum’ di cui parlavamo. Il dub giamaicano degli anni ’70 e ‘80 è stato il primo straordinario laboratorio nel quale un ricchissimo linguaggio musicale è stato elaborato a partire dal concetto di modifica di un segnale in real time che, usando il mixer come uno strumento, diventa pratica compositiva. Il passaggio dal pionierismo analogico di King Tubby e Lee Scratch Perry alla rivoluzione elettronica è stato repentino, prima con le tastierine cheap King Jammy e poi con i primi, rudimentali, software come Fruit Loop, con i quali la jungle è diventata DnB nei fumosi club inglesi di periferia. Parallelamente ha rallentato drasticamente sul Wild Bunch Sound System, formalizzando il trip hop con la sigla Massive Attack, e poi si è liquefatta nei bassi meditativi del dubstep marchiato Digital Mystikz e Hyperdub. Quando abbiamo capito che il footwork di Chicago girava alla stessa velocità della nuova onda jungle di questi anni… continuo?

Ci racconti l'episodio più bizzarro che ti è capitato durante un dj set?
Non so se sia il più bizzarro ma quello che sto per raccontarvi è sicuramente l’episodio più inatteso e lusinghiero che mi sia capitato ultimamente. Lo scorso dicembre vengo chiamato a Parigi per un dj set che serviva a festeggiare l’ingresso in pensione di un carissimo amico, Bruno Demolin. Assieme a me scopro che ci saranno due compagni di mille avventure, Don Pasta e Dj Afreak. Con loro condivido tantissime cose e, soprattutto, nella diversità dei nostri gusti musicali, un percorso comune e un’attitudine specifica nei confronti della musica. La prima sorpresa arriva quando Bruno ci chiede di chiamare a suonare con noi uno dei suoi miti, Daddy G. Tutti e quattro lo adoriamo per le cose fatte con i Massive Attack ma io, Daniele e Andrea lo seguiamo con grande amore e attenzione già dai tempi del Wild Bunch Sound System. Potete immaginare la gioia. Avevo già avuto il piacere di condividere la consolle con lui un altro paio di volte ma sentivo che questa sarebbe stata un’occasione speciale. E infatti lo è stata, anche per merito dei fiumi di Don Perignon che quella sera sono scorsi. L’episodio da incorniciare arriva nel momento del cambio in consolle: io finivo il mio dj set e Daddy G si apprestava a cominciare il suo. Stacco le cuffie dal mixer, mi giro verso di lui per fargli segno di avvicinarsi e me lo trovo a pochi centimetri dalla mia faccia che sventola una USB. Gli dico che non capisco e lui risponde: “Big up man! Ho amato molto il tuo set. Mi metti tutti i pezzi che hai suonato sulla chiavetta?”. Secondo voi cosa ho fatto? E vado ancora in giro a suonare con le cuffie di Daddy G visto che, per errore, lui si è portato a casa le mie.


Qui sotto la tracklist del mix che Andrea Mi ha realizzato in esclusiva per Hellmuzik.

Shane Brown, Run Dem Dub
Nomine, Listen
Om Unit & Sam Binga, NoChairs
Breaka, DamnHot (DannyScrillaRemix)
Kode9 x Dj Fulltono, TKO
Panacef Mishima, Special Dedication
Jay.A.D, Root Of all E.v.i.L (Paper mk1)
Philip D Kick, Drown
Lynch Kingsley, Eternal Sunset
Sinistarr, 55555
Oliver Yorke, Ryoan-Ji
Fracture x Alix Perez, So High

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