29/11/2018 - Interviews

Kush Clouds

by Francesco Gobbato

La nostra intervista al duo milanese Kush Clouds, autore dell'EP "JOINT1".

I Kush Clouds sono un duo composto da Voodoo Vee (cantante) e Grime Vice (producer) che ha esordito lo scorso febbraio con “JOINT1” (Back Movement Records / Gattopirata Dischi), primo di una serie di EP caratterizzato da sonorità che spaziano dal trip-hop alla drum and bass. Abbiamo fatto qualche chiacchiera con Valentina “Voodoo Vee” riguardo al loro album e alla bass music in generale, mentre Grime Vice ha compilato una playlist esclusiva per Hellmuzik che trovate qui sotto e ci ha descritto così: “Sono brani che hanno forgiato il mio suono e la mia attitudine alla musica, sia per quanto riguarda i personaggi che l’hanno prodotta sia per le sonorità utilizzate. Se avete ascoltato “JOINT1” ci ritroverete i mondi a cui è ispirato”.

Per iniziare ti chiedo: come nasce il progetto Kush Clouds? Come avete iniziato a collaborare e come è stato concepito questo vostro primo progetto, “JOINT1”?
Quando abbiamo iniziato a lavorare a questa roba, c’era la consapevolezza che sarebbe stata musica un po’ fuori da ciò che gira a Milano e in Italia e che siamo abituati a sentire. Sicuramente l’imprinting è quello inglese: Lele “Grime Vice” è sempre stato un appassionato di grime, dubstep, drum and bass, jungle e tutto ciò che riguarda la bass culture in generale. Poi veniamo da ambienti legati più all’hip hop e al reggae, difatti Lele ha un sound system, PowaFlowa, attivo da 12 anni. La cosa che ci ha fatto decidere di iniziare questo progetto Kush Clouds è stata che lui aveva tutte queste produzioni che spaziavano dal grime al classic bashment. Ci siamo incontrati attraverso l’associazione Street Arts Academy e ho iniziato a frequentarlo attorno al 2014/2015. Dopo un po’ ci siamo detti “ma visto che ci conosciamo, io canto e rappo e tu produci, perché non facciamo una cosa discostata dai nostri normali percorsi?”. Così abbiamo iniziato nel 2016 a lavorare preselezionando delle basi che lui aveva fatto, decidendo di dare al progetto un taglio un po’ alla Portishead, Attica Blues, una cosa un po’ soft. Poi io ho sempre cantato sia in italiano che in inglese e quando abbiamo deciso che tutta questa roba sarebbe diventata un disco, ho comunque scelto di farlo in inglese, proprio perché in Italia una roba del genere non credo sia mai stata prodotta e comunque rende meglio in inglese. Non ti nascondo che, in ogni caso, ho pensato di registrare in italiano, per arrivare più facilmente alle persone, e forse il secondo volume sarà così, ma potrei anche mantenere l’inglese perché vogliamo rimanere legati a un’ambientazione più originale possibile. Difatti l’obiettivo, quando abbiamo firmato per BM Records, era quello di andare verso l’Inghilterra: anche quando abbiamo controllato gli stream del disco abbiamo visto che i maggiori flussi provenivano da Inghilterra e Giappone, dall’Italia invece molti meno.

Quindi dici che in Italia non è ancora sviluppata una scena di questo tipo legata alla bass music. Come la vedi?
Il fatto è che siamo difficili da collocare. Secondo me ci sono tante cose diverse che però non si stanno fissando su una linea comune. Organizzando serate al Leoncavallo, mi capita spesso di avere a che fare con artisti inglesi o internazionali (tipo l’altra sera c’era Whitey) e mi rendo conto che la gente che viene non è mai la stessa perché chi va a sentire una serata drum and bass non ha voglia di andare a una serata grime… a me pare paradossale ma è così. Quindi non c’è un vero filone bass music. Anche inserire il nostro progetto all’interno del contesto di una serata sta diventando difficile, perché si preferisce spingere artisti internazionali che ti riempiranno il posto e ti faranno rientrare nelle spese, e non vedere se ci sono in Italia artisti che spingono quel genere. Piuttosto mettono un dj in apertura che spinge sempre quella cosa lì. Quindi noi magari riusciamo a entrare, a presentare il disco e il nostro live agli eventi dancehall, grazie ai contatti che abbiamo, ma poi ti rendi conto che il live cozza con tutto ciò che ci sta attorno e spesso partecipiamo a serate che non sono quelle giuste per proporre il nostro progetto. Adesso, piano piano, grazie a conoscenze e un ufficio stampa migliore stiamo iniziando a inserirci in serate più adatte a noi. Restiamo ancora musica settoriale e di contorno rispetto al genere che può essere il “main” di una serata, ma forse capisco che in Italia i tempi non sono ancora maturi.

In “JOINT1” ci hanno colpito soprattutto le tracce “PRTSHD Mood” e “Horizon”, di ispirazione drum and bass.
“Horizon” è un pezzo molto personale, ci tengo tantissimo. È stato anche selezionato da La Grande Onda per il mixtape “Ladies First”. Questa cosa mi ha stupito, visto che il brano è molto soft, molto jazzy, ma è forse questo che ha fatto funzionare il tutto. La sonorità si avvicina un po’ anche alla drum and bass, sì, ma è presa con un approccio differente, cantandoci sopra. Tra l’altro in questo brano c’è una citazione a Shakespeare: ho riportato quasi di netto una quartina da una sua poesia. Tutto il pezzo poi è incentrato su una donna - cioè io -, le sue scelte e il suo percorso e il voler andare avanti. “PRTSHD Mood” invece credo sia la preferita di Lele (ride, ndr). No, scherzo, ci piacciono tutte. Il pezzo nasce da un discorso sui Portishead che ci eravamo fatti: loro sono stati per entrambi un punto di riferimento musicale molto importante e ci piaceva l’idea di mescolare la voce e il modo di cantare di lei (Beth Gibbons, ndr), che è uno dei tratti identificativi dei Portishead, su una base molto forte, con una ritmica più accattivante. Insieme a “Udnt” è il pezzo più movimentato del disco. Ovviamente è tutto quanto suonato da Lele “Grime Vice” e si sente che c’è proprio la sua mano nelle produzioni, anche in quelle fuori dal progetto Kush Clouds, con questo basso pesante, molto inglese, molto Skepta (ride, ndr).

Oltre ai Portishead, altre influenze e fonti di ispirazione?
In quel periodo eravamo molto appassionati di FKA Twigs, che fa cose ancora più soft e minimal a livello di suono. Poi, per quanto mi riguarda, direi SZA, tantissimo! Io vado molto verso anche la trap-soul, quindi mi faccio influenzare da artisti come Bryson Tiller, per esempio. Invece tutto l’ambiente inglese è di competenza di Lele, dalle robe anni ‘90/2000 in poi. In generale come influenze ci muoviamo proprio ad ampio raggio. Per me sono importantissimi anche gli Attica Blues che non sono conosciutissimi: io li ho scoperti nel 2012 e credo siano una delle band che più mi ha influenzato. Ma poi, per dire, in “Udnt” ci sono spunti dance. Quando ci siamo trovati, abbiamo deciso di mettere nei nostri lavori tutto ciò che ci piace, che sia l’ultima produzione di Drake oppure pezzi di Lady Leshurr o Jorja Smith. Comunque la matrice rimane sempre quella inglese e sarà così anche per i prossimi lavori.

Raccontaci un po’ i vostri progetti futuri: immagino proseguirete la serie di EP “JOINT”, o forse ci sarà un album vero e proprio?
Il progetto, in generale, è nato con l’idea di fare degli EP, quindi non credo arriveremo mai a un disco, anche perché entrambi abbiamo tanti altri progetti paralleli. Poi ogni EP deve fotografare sempre un preciso momento, e difatti si chiama JOINT perché, oltre al fatto che fumiamo grandi quantità di ganja (ride, ndr), c’era l’idea di fare un viaggio determinato e preciso… ogni EP deve essere uno spliff associato a un certo viaggio. Non è nemmeno detto che nei prossimi episodi della serie non vada a modificarsi l’influenza musicale: metti che un giorno decidiamo che “JOINT3” dovrà essere improntato alla trap, potrà essere così. Sicuramente “JOINT2” sarà molto simile al primo, ma stiamo affinando i testi e le linee melodiche. In generale il progetto andrà avanti negli anni con questi episodi, ma dipende anche da quale sarà il riscontro del pubblico perché quando metti tempo ed energie in un progetto, è bello che ci sia anche una risposta. Ed è anche per questo che abbiamo deciso a tutti i costi di stampare un vinile, di cui abbiamo anche una versione apposita per il Giappone perché sapevamo che sarebbe stato interessante arrivare anche in quel mercato. La speranza è, appunto, quella di ampliare il pubblico all’esterno, continuando sulla nostra strada ma permettendo a ogni musica di influenzarci. È tutto molto sperimentale ma ne siamo consapevoli ed è questa la cosa figa. Non essendoci in Italia nessuno che fa una cosa del genere posso permettermi di esplorare senza dover essere appiccicata a un solo genere, anche se può essere un’arma a doppio taglio per i motivi che ti dicevo prima. Quindi cerchiamo sempre di andare avanti e ampliare il pubblico. “JOINT2” c’è perché i beat li ho già, devo solo scriverci sopra (ride, ndr). Mi sto solo concentrando per capire di cosa parlare, nel frattempo continuiamo a cercare agganci per farci notare nel resto d’Europa: è quello l’obiettivo.

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