06/11/2017 - Interviews

Andrea Lai

Fondatore, insieme al compianto Riccardo Petitti, della seminale Agatha crew, Andrea Lai, romano, vive di musica dall'inizio degli anni '90, ricoprendo vari ruoli. La sua predilezione per tutta la bass music e il suo occhio aperto su tanti altri ritmi lo hanno portato a suonare tre volte, da DJ, in un tempio della musica elettronica: il Fabric di Londra. Come si legge sulla quarta di copertina del suo libro del 1998 per Castelvecchi, ‘Atari Phunk', la musica gli riempie la pancia, non a caso ha dedicato e dedica tuttora tempo alla ricerca dei migliori pezzi drum and bass (e non solo) rigorosamente su vinile. Gli abbiamo chiesto un mix esclusivo per Hellmuzik e colto l'occasione per farci raccontare un pezzo di storia del clubbing italiano e non solo...

Dopo anni di presenza nella scena drum and bass italiana, come la vedi oggi?
La vedo come sempre, purtroppo. Manca un punto di unione, tutto è lasciato all'iniziativa personale, ognuno spinge la sua cosa. Sembra che non si riesca ad avere un'etichetta nazionale, una rete di club nazionali. Sembra che Roma e Milano siano due città in due continenti diversi e invece ognuna ha la sua scena drum and bass interessante. Il pubblico è vario, ancora c'è un mix di estrazione sociale, ma ripeto, manca un legame, una cifra comune che faccia dei club e DJ italiani una vera scena organica.

C'è mai stato un momento in cui hai pensato che questo ritmo fosse giunto al capolinea e non avesse più niente da dire?
Non ho mai pensato che una musica abbia un inizio o una fine. Ho sempre visto generi trasformarsi. Più che non avere niente da dire il drum and bass aveva cominciato a dire sempre la stessa cosa. Era diventato un genere molto aggressivo, perdendo l'anima black e soul da cui era nato. Era diventato meno sexy e più bianco, allontanando produttori e pubblico nero. Proprio grazie a quel processo continuo di trasformazione della musica, mentre il drum and bass rallentava la propulsione creativa, gli orfani della 2 step (bandita in UK dopo l'ennesima sparatoria a un live dei So Solid) e gli esuli dal drum and bass (troppo machista) hanno sintetizzato uno stile nero, scuro, dub e sexy: il dubstep. Tutto quello che aveva la jungle e il drum and bass è rinato nel dubstep. Tanta erba, poca luce, tanto corpo e tanti bassi. Proprio grazie ad alcune etichette dubstep un certo tipo di drum and bass è tornato nei club. Amen breaks e jungle risuonano con un'energia nuova ora e nuovi produttori hanno ricominciato a spingere in avanti il confine del drum and bass.

Come riassumeresti e definiresti il percorso di Agatha crew? E la reputi un'esperienza finita?
Incredibile. La situazione dei club in Italia e a Roma era questa: cassa dritta, cassa dritta, cassa dritta e cassa dritta. Pensare a una serata tutta drum and bass e breakbeat è stata pura follia. Eppure per otto anni di seguito tutti i venerdì a Roma si celebrava una serata che è stata la voce e il suono di una generazione e ne ha formata un'altra. Suonavamo tutto quello che volevamo: jungle, 2 step, elettronica, trip hop, broken beat, dubstep, breakbeat, DnB, asian ungerground, hip hop britannico e i DJ inglesi che venivano a suonare rimanevano a bocca aperta. Non credevano che una sala potesse ballare dalle 11 alle 5 di mattina seguendo il crescendo con cui i generi occupavano i diversi orari della serata. È stata una bomba, una serata nata prima del Fabric e che al Fabric è stata accostata tante volte dalla stampa inglese. Non c'erano PR, non c'erano i social e i telefonini facevano foto di merda. Eppure duemila persone tutti i venerdì si ritrovavano a ballare ritmi assurdi per l'Italia che solo altri pochi pazzi giravano in Italia (come Rocca al Maffia, Afghan al Link). Non venivano per l'ospite che era sempre comunque underground (tranne le poche volte che ci siamo regalati Goldie o Roni Size o Bad Company), ma per la serata e per la musica. È un'esperienza finita, perché il clubbing è cambiato molto e perché Riccardo Petitti, il mio amico e socio nell'avventura, è morto tre anni fa e senza di lui non sarebbe potuta esistere Agatha.

Ci racconti come è stato suonare al Fabric, che anni erano, che situazione c'era nelle serate a cui hai partecipato da dj e come reagiva il pubblico vedendo un italiano in consolle?
Il Fabric nei primi anni del 2000 era il tempio del clubbing mondiale. Era il club dove andavi a sentire i DJ che stavano influenzando tutto il mondo e i suoni che stavano nascendo. La prima volta che ci ho suonato mi ricordo che dopo aver messo il secondo pezzo, un tipo bello allegrotto venne di corsa verso la consolle, mise la testa dentro e mi disse: sapevo che eri tu a suonare, ho riconosciuto lo stile e il gusto. Al tempo avevo uno show settimanale su una radio web londinese e quel tipo probabilmente aveva sentito le cose che suonavo in radio. Questo è un esempio di come è il clubbing nel mondo reale: una cultura, fatta di informazioni, musica, fan. Gli anni erano quelli in cui Mixmag vendeva tantissime copie in tutto il mondo e gli anni in cui la musica dance ed elettronica erano al massimo della loro creatività. Devo dire che gli italiani nella dance hanno sempre avuto un ruolo importante. Nessuno ci fa caso, probabilmente perché lobotomizzato da cagate tipo Albano il cantante italiano famoso all'estero o Ramazzotti in tour in USA, ma la dance è la musica che l'Italia esporta e nella quale l'Italia è considerata. Quindi un italiano in consolle al Fabric non fa notizia, ero un DJ fra quelli italiani che nutrivano la scena.

Visto che da anni la drum and bass non è più "solo inglese", qual è un altro Paese che, secondo te, ha una scena particolarmente interessante?
Vedo un sacco di serate e festival un po' in tutta Europa e anche noi abbiamo il nostro festival, il Sunandbass. Non credo sia importante il Paese da dove vieni ormai, le scene e gli stili si sono ben mischiati da tempo anche se l'Inghilterra rimane per me la fonte primaria di idee, perché è lì che tutto è nato ed è lì che le culture continuano a mescolarsi creando suoni nuovi.

Per finire: oggi come ascolti le novità? Compri ancora vinili?
Certo che compro vinili! Ascolto le novità dai siti, dalle radio, dai magazine e dagli amici. Poi decido se comprare il vinile o meno. Devo regolarmi perché la casa è già piena di vinili e un pezzo deve proprio valere per finire sui miei scaffali.

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