26/11/2019 - Culture

Top Boy: il ritorno

by Luca Gricinella

Avevamo già analizzato la serie inglese di culto “Top Boy” ma torniamo a parlarne perché, con l’uscita della nuova stagione, stanno cambiando un po’ di cose.

Poco meno di un anno fa avevamo analizzato “Top Boy” sia per le relazioni con la scena grime sia perché le aspettative seguite all’interesse di Drake per riportare in vita la serie – cancellata sei anni fa tra le polemiche - erano sempre più alte e vicine a uno sbocco concreto. Il passaggio della produzione dal canale britannico Channel 4 alla partnership tra il rapper canadese e un colosso internazionale come Netflix - ormai disponibile in 26 lingue e molti più Paesi -, ha portato anche a un cambiamento del titolo, per evidenziare ancora di più la svolta. Il fatto singolare è, però, che quello originale è toccato alla nuova stagione. Le prime due stagioni, di appena quattro puntate l’una e trasmesse per la prima volta in Inghilterra nel 2011 e nel 2013, da quest’anno, infatti, si intitolano “Top Boy: Summerhouse” (dal nome del complesso Summerhouse, inventato dagli autori). I nuovi 10 episodi, in onda da metà settembre di quest’anno, invece si sono presi l’esclusiva del vecchio titolo, “Top Boy”.
A prescindere dal fatto che in Italia le prime due stagioni non esistono doppiate, nella terza si nota subito la volontà di aprire a un pubblico più ampio, anche perché l’audience sul canale inglese non era molto alta (circa 1 milione e mezzo a puntata). Se l’ideatore e sceneggiatore principale, Ronan Bennett, è rimasto al suo posto, i registi sono cambiati. Così, anche se Ra'Nell e sua madre Lisa non ci sono più e Gem (interpretato dall’attore di origine italiana Giacomo Mancini) fa un piccolo ruolo, i protagonisti sono sempre Sully (Kano) e Dushane (Asher D) insieme al comprimario Dris ma, fin dalla prima puntata, si nota che sono calati in una messinscena differente, con ritmi più elevati (nonostante vari episodi in più), inquadrature più seducenti e una fotografia più patinata. La nuova stagione, infatti, comincia dentro la city, passa in una Summerhouse stranamente soleggiata fino ad arrivare ai colori dei paesaggi giamaicani e al mare di Ramsgate. Le prime due stagioni sono molto più cupe e brumose, hanno una luce più tipicamente inglese, e non si spostano da Hackney: nelle otto puntate targate Channel 4, infatti, l’unico paesaggio diverso dai palazzoni che viene mostrato (anche spesso) resta sullo sfondo, è comunque urbano ed è la city, che sembra una meta lontana e irraggiungibile, anche dalla finestra dell’appartamento del capo.

A livello narrativo c’è un po’ più di continuità con il passato ma, probabilmente, ancora per poco. Sei anni fa avevamo lasciato Sully e Dushane mentre si auto-proclamavano “imbattibili”, non erano in pace tra di loro e non si erano del tutto lasciati alle spalle una lunga serie di vicende mal gestite. In questo lungo periodo passato “fuori campo”, in cui abbiamo perso le loro tracce, qualche novità chiaramente c’è stata ma i cambiamenti veri riguardano l’arrivo sulla piazza di ragazzi/e ambiziosi/e, l’introduzione di altri personaggi. Su tutti spicca Jamie che, per fare da padre ai suoi fratelli minori, non guarda in faccia nessuno; ma, per quanto emerga più lentamente, si fa notare anche Jaq, prima donna della gang con attitudine da leader, mentre, per il ruolo della ragazza-madre cosciente e disillusa, “erede” di Lisa, c’è Shelley, che gli appassionati di musica avranno notato perché è interpretata da Little Simz. Questi e altri personaggi ancora più giovani lasciano presto prevedere uno sviluppo della serie a lungo termine, con nuovi protagonisti in crescita e, probabilmente, vari ribaltoni sulla falsariga di quanto accaduto in “Gomorra” stagione dopo stagione. Con un titolo come “Top Boy”, espressione che in gergo equivale a “capo” (nei sottotitoli è tradotta “boss” ma l’accezione è un po’ diversa), sembra inevitabile uno sviluppo simile perché nella criminalità gli equilibri tra e nelle gang (o bande) cambiano spesso. Ma c’entra anche il destino delle storie legate allo spaccio e alla vita di strada, due vie che, anche in una Hackney gentrificata, nella migliore delle ipotesi, portano al carcere. Non a caso, con tutte le gang a netta prevalenza maschile, una costante delle tre stagioni è l’assenza della figura paterna, problema non da poco in una realtà così difficile, perché molte giovani madri, per mantenere i figli, li perdono di vista per l’intera giornata o quasi e la strada è un’adescatrice abile e alla portata di tutti. Per questo motivo, fin dall’inizio della serie, tra i personaggi più rilevanti ci sono anche vari minorenni. I ragazzini non scelgono le rime a tempo, lo sport o la religione per coltivare la speranza di evadere dal quartiere, ma lo spaccio, seppure con poca convinzione. Gli autori sottolineano a più riprese la mancanza di riferimenti e il vuoto d’affetto creato da una quotidianità simile: sono solo la disperata ricerca di legami affettivi di Sully e Dushane o ancora la responsabilità genitoriale di Jamie a dare loro un tocco d’umanità.

Insomma, per ora si può dire che, in qualche modo, il nuovo corso sembra solo aver aperto la strada a una serie diversa dalle prime due stagioni e sta cercando di dare un’impronta più internazionale e meno soffocante alla storia. Non un vero e proprio stravolgimento ma un primo passo che, semplificando, sembra voler dare un aspetto un po’ più americano e un po’ meno inglese alla messinscena. La quarta stagione è già stata scritta ma ancora non ci sono date. Probabilmente ci sarà da aspettare fino al 2021.

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